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Noi, Mosè e la felicità
Autore : Lorenzo - dom 03 maggio 2020 - Cronaca
uscio
Bolungarvík sta appoggiato sul bordo di una linea perfetta ed immaginaria alla fine del mondo.

Un passo a nord e si cammina sulle acque, un passo a sud e si scalano le montagne.

E' una specie di isola remota, dentro un'altra isola remota, al confine del circolo polare artico.

Una piccola comunità di neanche mille anime, lontana da tutto e prossima al niente.

Ma oggi, anche alla fine del mondo non sei al sicuro. E anche se c'è spazio, è solo questione di tempo.

Il contagio s'è presentato il primo d'aprile. Ma non era uno scherzo.

A quel punto Bolungarvík, in un attimo, è diventata una specie di Vo' dell'Islanda.

Hanno testato a fondo, tracciato tutto e quarantenato l'impossibile: è finito in isolamento il 25% della popolazione.

Una sfida dura e complicata per una piccola comunità sperduta, ma alla fine vinta.

Domani, 4 maggio, riapriranno molti servizi e le scuole.

Gylfi Ólafsson, uno dei responsabili sanitari, ha voluto condividere un paio di lezioni utili apprese da questa esperienza: testare rapidamente, tracciare, mettere in quarantena ed isolare il più possibile; ricostruire tutto del contagio, come se fosse una scena del crimine; dire all'opinione pubblica le cose come stanno e condividere tutti i dati e le informazioni.

Niente di straordinario, niente trucchi segreti o pozioni miracolose.

Ma è quello che noi non siamo riusciti a fare per bene fin qui. All'inizio con molte giustificazioni. Ed ora ?

Al pàs più càtiv le col dl'uss.

Non è islandese, ovviamente.

Domani riprendiamo l'uscio di casa in una situazione difficile.

Lo facciamo senza sapere davvero cosa ci aspetta, quanto e dove il contagio abbia colpito e sia esteso. Lo facciamo andando a tentoni, senza test sierologici a dirci quanto l'iceberg era ed è grande. Arriveranno i test tra un po', ma nel frattempo dobbiamo andare.

Rispetto a due mesi fa abbiamo qualche vantaggio tattico sul nemico: sappiamo che non dobbiamo sottovalutarlo e che non dobbiamo aspettarlo sulla difensiva. Ma abbiamo ancora armi spuntate e strategie frantumate.

La nostra capacità di fare test è cresciuta, ma è ancora limitata ed affidata all'intraprendenza dei più avveduti. Ancora oggi facciamo una fatica dannata a mettere insieme i dati, anche quelli più semplici.

Il resto sembra quasi affidare la speranza al caldo del sole e ad una botta di culo.

Due cose comunque utili e belle della vita.

Abbiamo ancora bisogno di prendere tempo e fare altro spazio.

Ma non sono risorse infinite il tempo e lo spazio.

In questi due lunghi mesi abbiamo oscillato nelle nostre emozioni e nelle nostre opinioni, tra splendidi ed ingenui ottimismi e facili delusioni. Ci siamo ritrovati un po' tutti in un territorio inesplorato, quei posti dove sulle mappe gli antichi piazzavano "hic sunt leones": qua ci stanno i leoni.

Siamo in una situazione complicata e mutevole, ma non è stata solo sfortuna.

Non è andato tutto bene.

Abbiamo commesso errori, alcuni con buone giustificazioni e altri con fragili scuse.

Ammetterlo è il primo passo per uscirne, questa volta e le prossime, tutti insieme.

Perché sì, è probabile che ci sia una prossima volta.

Quella cosa che in inglese han chiamato "The Hammer and the Dance" ma che noi capiamo meglio se vediamo suonare una fisarmonica: apri e chiudi, apri e chiudi.

E se ci sarà una prossima volta e oggi diciamo "rifarei tutto", beh vuol dire non aver imparato molto.

Perché pagheremmo tutto l'oro del mondo per avercela qui, a portata di mano, la DeLorean di Emmett "Doc" Brown.

Al pàs più càtiv le col dl'uss.

Non è latino, ovviamente.

Le traversate del deserto non sono mai una passeggiata in prossimità del domicilio. E chi le guida porta grandi fatiche e responsabilità. Lo sappiamo.

Ma come disse quella volta, con ironia ed affetto, Golda Meir (prima ed unica donna alla guida dello Stato di Israele e tra le prime al mondo in quel ruolo) : "lasciatemi dire una cosa contro Mosè: ci ha portato per quarant'anni in giro per il deserto per condurci all'unico posto nel Medio Oriente che non ha petrolio".

Ma qui ovviamente non ci sono né Mosè né Golda Meier, e anche noi non siamo in gran forma.

E allora ci tocca, in questo eterno Giorno della Marmotta di tornare lì, a due mesi fa:

"Avremo paura, soffriremo, potremo piangere un amico, vedremo crollare certezze economiche e sociali, ma se sapremo cavare dal male grande umanità, qualche ironia, nuove energie e aiuto per gli altri, avremo fatto il nostro dovere, solo il nostro dovere. Spetta a noi, a noi e a nessun altro."

Non è finita insomma.

Ma un giorno finirà.

E quel giorno, credo, avremo una gran fame di felicità.

Anche perché il resto, li bèle magnê tót.
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